Nel lavoro Human–AI la competenza non è più soltanto una proprietà individuale: si costruisce nelle relazioni tra persone, saperi, tecnologie e contesti organizzativi. Richiede capacità di integrare conoscenze, valutare criticamente gli output dell’AI, interpretare segnali, sperimentare e assumere responsabilità.[1]
Questa trasformazione richiama la ricerca di Edwin Hutchins, secondo cui i processi cognitivi si sviluppano attraverso persone, strumenti, rappresentazioni e ambiente [2], mentre, più di recente, si applica ai sistemi Human–AI, interrogandosi sulle nuove forme di intelligenza collettiva e di collective human–machine intelligence.[3][4][5]
L’agency umana resta centrale: l’AI può ampliare le capacità cognitive del sistema, ma giudizio e responsabilità devono rimanere parte dell’azione organizzativa. Da qui la necessità di ripensare anche la formazione.
Ne parlo nell’articolo pubblicato su Substack
[1] C. Ciacia, Lavoro Blended Human-AI: quali competenze servono davvero, Agenda Digitale.
[2] E. Hutchins, Cognition in the Wild, MIT Press, 1995.
[3] H. Halpin, “Artificial intelligence versus collective intelligence”, AI & Society, 2025.
[4] C. Riedl, D. De Cremer, “Collective Intelligence in the Age of Artificial Intelligence”, 2025.
[5] A. Gupta, M. Gonzalez, T. Nguyen, A. Woolley, “Collective Huma


